Storia di una filanda… e di una lottizzazione evitata

Erano gli anni Settanta dell’Ottocento quando Pietro Motta, ufficiale del Regio Esercito, decise di abbandonare la vita militare per dedicarsi al settore agro-industriale. Cominciò quindi nel 1876 la costruzione della filanda Motta, che sopravvisse a due Guerre mondiali e che oggi è simbolo, assieme alla sua ciminiera, della frazione di Campocroce. Presto la filanda divenne molto importante sul territorio, ma cominciò a decadere quanto arrivò la Grande Guerra: vi lavorava in quel periodo solo la metà delle filandaie.

Con la disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917, la filanda sospese la produzione al fine di ospitare i militari e le attrezzature necessarie, in caso gli austriaci avessero sfondato anche la linea del Piave. A fine guerra la produzione, che era stata spostata a Modena, riprese, ma la nostra filanda doveva ancora fare i conti con la seconda Guerra mondiale e con la successiva crisi del settore, che la fece chiudere definitivamente nel 1956.

Per esser salvata dall’abbandono, la filanda dovette aspettare fino al 1989, anno in cui l’imprenditore Mario Franco avviò un coraggioso programma di recupero.

La sua visibilità dalla strada è stata salvata grazie ai comitati e ai cittadini che hanno impedito la costruzione di lotti residenziali immediatamente sul retro dell’edificio e di un parcheggio, una piazza, e addirittura un piccolo centro commerciale di fronte alla filanda: oggi uno dei patrimoni di archeologia industriale meglio conservati nel nostro territorio.

di Tommaso Stefani – 2BU

 

Nell’Ottocento la città di Mogliano inizia un forte sviluppo sia in termini insediativi che economici. Quindi nel 1876, a Campocroce di Mogliano, fu realizzato uno stabilimento bacologico, di lavorazione e filatura dapprima della seta e poi del cotone, per volontà del Cavaliere Pietro Motta. Per ottant’anni la sua famiglia mantenne l’azienda fino al 1956 quando, causa la crisi che in quegli anni colpì il settore della seta, l’attività bacologica cessò definitivamente. Ma nel 1989, dopo un lungo periodo di abbandono, Mario Franco avviò un coraggioso programma di recupero.

Oggi la filanda di Campocroce appare come una delle più interessanti e meglio conservate testimonianze architettoniche della sua epoca: accoglie al suo interno matrimoni, laboratori e atelier di svariate attività ricreative e professionali. Oggi conoscere la filanda può aiutarci a conoscere una storia non solo locale, ma anche regionale e nazionale attraverso la storia della lavorazione della seta, della sua produzione e del duro lavoro di operaie e operai tra Ottocento e Novecento.

A Campocroce il comitato “Cave di Marocco” è riuscito a bloccare un progetto che avrebbe rovinato uno dei pochi ambiti di pregio paesaggistico rimasti: insieme al vecchio opificio, la chiesa e casa Calzavara con campo antistante, salvando così quel che ora è sotto gli occhi di tutti: la filanda rinata e restituita alla cittadinanza.

di Giada Izzo – 2BA

 

 

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